May 15, 2006Il 22 Dicembre nacque MessinaGli antichi recitavano che Messina, siede in su la riva del Mare Ionio e del Mar Tirreno dove, come in luogo arcano e magico, vi è l’incontro e l’intreccio di due masse acquee complementari, ma di composizione differente. Ed anche a causa di ciò è come se nella stessa città vivesse un dualismo di sensazioni e sentimenti che si infrangono gli uni sugli altri. Questo specchio immenso d’azzurro che racchiude ed abbraccia insieme il mare ed il cielo era abitato ed era dimora di una coloratissima e bellissima dea, Eos, l’Aurora, che Orione seduceva ed amava completandosi in essa stessa. Il mare ed il cielo attraverso l’Aurora perfezionavano la sfera, solido geometrico compiuto per i greci, simmetrico e divino. Il Gigante Orione si immergeva nel mare tuffandosi dal blu del manto di stelle. Così la mitologia narra che gli dei per celebrare se stessi ed essere ricordati dagli uomini, dopo essersi immersi nella vasca dell’immortalità trovavano la loro dimora eterna su in cielo quasi per mitizzare, deificare ed eternare le loro gesta leggendarie ed eroiche, fissandosi per sempre nella dimora del Grande Zeus, nell’Immensità e nell’Etere. Il Montorsoli, ricorda il mito e lo rappresenta attraverso il leggendario gigante cacciatore, di straordinaria bellezza e di forza prodigiosa, nella fontana omonima, dove Orione è al vertice e sotto di lui l’acqua, archè di vita, si tuffa nelle varie vasche e tutto, dall’orizzonte all’apice è controllato dalla divinità che ne gestisce le fila. La volta celeste si fonde in un unico corpo con il mare e le brillanti stelle che a loro volta riflettono la loro luce sul mare e sulle cose create dagli umani. Ecco che le grandi civiltà, come quella della città di Zancle, la più antica tra le siciliane secondo molti studiosi, trova nel divino cosmo il proprio alter ego, la propria forza e questo si realizza proprio il 22 dicembre, giorno della sua fondazione, sotto il segno della costellazione di Orione che in quella sera è allo zenit sopra il cielo della città peloritana. E proprio Orione è considerato l’architetto millenario e leggendario per eccellenza, colui che costruì, secondo quanto riportato da antiche scritture, il tempio di Nettuno a Messina, proprio a piano Margi, dove si trovava il terzo, ormai prosciugato lago di Ganzirri. Ma chi era Orione e che c’entra con Messina e con la nascita della nostra città? Possiamo intuire, pur senza aver studiato il mito e la storia, che Messina ha un grande legame con il mare, il cielo e con le leggende collegate con esse. Il primo tempio ad essere costruito è stato, appunto, quello di Nettuno padre dello stesso Orione, le più belle fontane lasciate dai terremoti sono quelle, come se questo lo volesse un ordine ed un volere divino superiore, che riguardano proprio Orione, colui che ampliò e rese divina la città peloritana, che si trova nella Piazza della Cattedrale e quella del Nettuno che è posta a Piazza del Governo. Se anche il più grande scultore del tempo, il Montorsoli ed il più grande matematico Maurolico decisero, in periodo umanista e rinascimentale, che tra i simboli della città dovevano primeggiare gli dei del mare sicuramente questo ha un ancestrale significato. Ma seguiamo un ordine cronologico e di descrizione per capire meglio il campo dove agiamo e cosa accadde nel sito dove poi vide la luce la nostra città agli albori della civiltà. I nostri avi attraverso la trasmissione orale e quella scritta dei libri scientifici e mitologici ci hanno raccontato che Messina “è sorta ad anfiteatro, con sulla destra il ricurvo braccio di S. Rainiero, con sulla sinistra lo storico Peloro, con sulle spalle una catena amenissima di colline, fra le quali primeggiano l’Oliveto, la Guelfonia, la Caperrina e il Tirone”, il tutto racchiuso in un clima delizioso con 38° 17’ di Latitudine e 33° 33’ di Longitudine. Queste coordinate nel giorno del 22 dicembre si contrappongo e sovrappongono perfettamente con la Costellazione della Lepre e con quella di Orione. Quindi nella data del 22 dicembre Messina si ritroverebbe dentro l’apertura di diverse dimensioni. Come se fosse un puzzle tutto è coincidente ed in quel dì le tre sorelle (le costellazioni della Lepre, di Orione e la città di Messina) diventano un tutt’uno. Anche i greci riprendono il mito e tra le prime monete di quell’epoca battute proprio a Messina ve ne sono alcune dove c’è raffigurata proprio una lepre con la scritta “Messanion”. Dunque secondo la tradizione Messina è nata il 22 dicembre. Orione, stella magnifica delle notti decembrine, famosa per la sua visibilità, sorge a Est, dopo l'imbrunire; culmina a Sud, nelle prime ore della notte; tramonta a Ovest, a notte inoltrata, proprio come Messina che sorge a est sul mare, culmina a Sud e degrada a ovest sulle sue colline. Anche da qui, da questa rappresentativa, si individua lo stretto legame fra la costellazione di Orione e Messina. Se osserviamo la costellazione notiamo che la stella più luminosa del complesso di Orione è quella che individua la spalla sinistra, ed essa appare di un colore rosso, gli arabi la battezzarono Betelgeuse, che significa propriamente spalla Menkib-al-giauza, cioè "la spalla del gigante”. Gli scienziati che l’hanno studiata e catalogata hanno appurato che essa ha un diametro 600 volte superiore a quello del sole. Se fosse messa al centro del nostro sistema solare, il suo disco inghiottirebbe tutti i pianeti più interni: Mercurio, Venere, Terra e Marte; e la sua atmosfera si estenderebbe fino all'orbita di Giove. Altra stella luminosissima, la seconda dopo Betelgeuse è Rigel. che si trova nel piede destro del fondatore, caratterizzato da un intenso colore blu. Si è calcolato che se Rigel potesse essere avvicinata fino a qualche anno-luce dalla Terra, per esempio alla distanza di Alfa Centauri, la potremmo vedere nello stesso splendore della luna piena. Nel grembo di Orione, vi si trovano altre stelle dalla bellezza particolare, esse sono più visibili rispetto alle compagne, una di queste è M42, al suo centro si trovano quattro stelle giovanissime, denominate il Trapezio, partorite dalla condensazione della materia nebulare. Gamma Orionis, o Bellatrix (che in latino significa “la guerriera”) è una stella di magnitudine 1,9, distante dalla Terra 250 anni luce. Le tre stelle della cintura centrale di Orione sono Alnilam, Alnitak e Mintaka (“Cintura”). Queste tre stelle sono note con diversi appellativi, per es. i tre Re Magi, o i tre Re, o il rastrello. Alnilam e Alnitak significano ambedue anche “filo di perle”. Le altre stelle meno importanti che formano la costellazione prendono il nome delle rimanenti lettere dell’alfabeto greco e non hanno un nome proprio! Della costellazione della Lepre che affianca Orione, due sono le stelle più importanti alfa o Arneb e beta o Nihal. Ma nella mitologia chi era Orione? Si racconta che a Messina già prima di Orione aveva trovato posto un altro Gigante proveniente dalla stirpe degli spartani, Peloro, che secondo Esiodo, nella cosmogonia, ben 2148 anni a.C. , ben 1375 anni prima che fosse edificata Roma fissò la sua dimora dove oggi sorge la nostra città per proteggere con i suoi prodigi e la sua forza la Sicilia dal terribile Tifeo (mitico gigante che voleva impossessarsi del mondo, incatenato nelle viscere della Sicilia e che in preda all’ira sputa fuoco dall’Etna). Peloro in greco significa Prodigio. Sempre secondo il mito di Diodoro, successivamente attratto dalla bellezza del sito, arrivò un altro gigante, Orione amante del bello e del sommo bene, il quale fortificò la città edificando Castellamare, Rocca Guelfonia, e Castellaccio, dove vi è una cisterna che attesta ancora oggi l’antichissima origine. Egli era nato da Nettuno ed era ritenuto come Peloro, un prodigioso. Il suo padre umano era Irèo, contadino che non aveva figli e dopo aver dato ospitalità a Zeus gli chiese in dono proprio un figlio, la cosa era impossibile perché non aveva egli né una donna e né una moglie. Allora il saggio Zeus disse ad Irèo di sotterrare la pelle di una giovenca. Dopo alcuni mesi da quella nacque un bambino che chiamò Orione. Sapendo di questo abilissimo e grandissimo gigante, Zanclo, Re dei nostri antenati, decise di dare una sistemazione migliore al porto e alla città e così chiamò Orione, stimato da tutti come il più grande architetto che fosse mai esistito. E la mitologia si intreccia e si impossessa della storia: si narra infatti che egli arrivato nella nostra città edificò il tempio per Nettuno, in onore del padre, formato da imponenti colonne. Quando il tempio crollò a causa dei terremoti, le possenti colonne furono recuperate per abbellire la cattedrale. Si dice anche che realizzò il promontorio del Faro per avvicinare la Sicilia alla Calabria e che con l’accumulo dei detriti collinari e con “Grosse Moli”, formò proprio quella falce, simbolo della storia cittadina. La falce, nel mito ripresa più volte anche da Callimaco con la leggenda di Crono, venne da Orione denominata con il nome di Acte o Atte. Dopo aver costruito le bellezze e le magnificenze di Messina, con le sue piccole grandi unicità, il grande cacciatore-architetto, se ne tornò da dove era venuto e secondo leggenda morì a Creta. Questo gigante aveva anche la possibilità di camminare sull’acqua, era una divinità che grazie a quest’ultimo elemento, che conosceva molto bene, poteva plasmare ogni cosa e dargli la forma più bella e varia. Quest’arte la imparò da Atlante che ne fece non solo un bravo costruttore, ma anche un bravo cacciatore. Sposò prima Side che per la sua Superbia venne precipitata nel Tartaro. E dopo aver liberato Chio dalle belve, chiese al Re Enopione la mano della figlia Merope, ma quest’ultimo lo ubriacò, lo addormentò e con un tizzone infuocato lo accecò e gettò i suoi occhi in mare. Il Cacciatore, andò in cerca dei suoi occhi dopo averli ritrovati fece innamorare di sé Artemide che lo nominò custode di un suo tempio in Zancle, che sorgeva sulla riviera e precisamente a Pace. In quel luogo i cacciatori si riunivano e dopo la preghiera andavamo a caccia sui Peloritani ai quali, proprio seguendo questo mito, secoli dopo i romani attribuirono a questa catena il nome di Montes Neptuni, cioè le montagne di Nettuno, le montagne del mare, dunque sarà per questo che le nostre colline in quella zona sono ancora oggi cave e magazzini di tonnellate di sabbia. Ripercorrendo le tracce del mito, si narra che per errore adirata di Gelosia Artemide uccise Orione e dopo aver capito l’errore commesso, chiese aiuto a Zeus che comunque non era in grado di ridonare la vita al figlio di Irèo, perché il volere ultimo è quello del Fato, ma perché il suo valore fosse ricordato all’infinito lo trasformò in una costellazione, vicino gli mise anche il suo fedele cane Sirio, gli accostò la Lepre, simbolo della caccia, e le Pleiadi sue eterne amanti. Queste ultime per sfuggire alla sua passione scappano e si tuffano al di là dell’orizzonte, determinando il sorgere del giorno. Orione per l’eternità vive lì, in mezzo all’orizzonte dove vi è l’apertura alla contrada, al sogno, alla dimora degli dei, dove ogni frutto e sogno nascono a nuova vita. Messina non poteva aver miglior simbolo per esprimere in maniera virtuosa la sua magnificenza e la sua gloria.
Posted on 05/15/2006 2:02 PM Comments (2)
La Leggenda di OrioneOrione è una delle costellazioni più splendenti, caratteristica che ben si addice ad un personaggio che secondo la leggenda fu il più imponente e più bello degli uomini. "Nessun'altra costellazione rappresenta più chiaramente la figura di un uomo" dice Germanico Cesare.Secondo il mito, Orione era figlio di Poseidone, il dio del mare, e di Euriale figlia del re Minosse di Creta. In cielo i cani del cacciatore (le costellazioni del Cane Maggiore e del Cane Minore lo seguono dappresso all'inseguimento della Lepre). Orione sposò dapprima Side, così orgogliosa della propria bellezza da rivaleggiare con Era, la quale per punirla la fece precipitare nel Tartaro. Privato della moglie, Orione si recò a Chio, chiamato da re Enopione che gli aveva chiesto di liberare l'isola dalle belve che la infestavano in cambio gli promise in isposa la figlia Merope, di cui Orione nel frattempo si era innamorato. Orione portò a termine il suo compito, donando ogni sera a Merope le pelli degli animali uccisi, ma Enopione non mantenne ciò che avva promesso. Una sera Orione amareggiato bevve un otre del vino di Enopione e tanto si riscaldò che irruppe nella stanza di Merope e abusò della giovane principessa. Enopione invocò il padre suo Dioniso che incaricò i Satiri di offrire altro vino ad Orione, finche il giovane cadde addormentato. Fu allora che Enopione gli strappò gli occhi e lo gettò sulla riva del mare. Un oracolo annunciò che Orione avrebbe recuperato la vista se avesse camminato verso oriente e rivolte le vuote orbite ad Elio nel punto dove egli sorge dall'oceano. Orione prese subito a vogare in una piccola barca e seguendo il fragore dei martelli dei Ciclopi, raggiunse l'isola di Legno. Colà egli entrò nella fucina d’Efesto che impietositosi del suo stato, gli diede come guida un bimbo di nome Cedalione per accompagnarlo ai confini del mondo, nell'isola di Delo, dove di notte dimorava Elio, l'unico dio che avrebbe potuto restituirgli la vista.. Il Sole non soltanto lo guarì, ma affascinato da quel giovane, volle giacere con lui per il resto della notte. Se ne innamorò anche Eos l'Aurora che, volendo a sua volta sedurlo, lo rapì trasportandolo a Delo. Dopo aver visitato in compagnia di Eos, ritornò a Chio per vendicarsi di Enopione, ma non riuscì a trovarlo nell'isola, poiché egli si era nascosto in una camera sotterranea preparata per lui da Efesto. Salpato per Creta, dove pensava che Enopione si fosse rifugiato per invocare l'aiuto del nonno Minosse, Orione s'imbattète in Artemide, che nutriva come lui una grande passione per la caccia. La dea lo indusse a rinunciare ai suoi propositi di vendetta e a recarsi a cacciare in sua compagnia. Ora, Apollo sapeva che Orione non aveva rifiutato di giacere con Eos nell'isola sacra di Delo (l'aurora arrossisce ogni giorno al ricordo di quella profanazione) e che inoltre si vantava di voler liberare tutta la terra dalle belve e dai mostri. Poiché temeva che sua sorella Artemide cedesse come Eos al fascino del bel cacciatore, Apollo si recò dalla Madre Terra e, riferendole in modo equivoco le vanterie di Orione, la indusse a scatenare contro costui la furia di un velenosissimo scorpione. Orion si difese dapprima con le frecce, poi con la spada, ma resosi conto che lo scorpione era invulnerabile, si tuffò in mare e nuotò verso Delo, dove sperava che Eos lo avrebbe protetto. Apollo allora disse ad Artemide: "Vedi quell'oggetto nero che galleggia sul mare nei pressi di Ortigia? E' la testa di un malvagio chiamato Candaone, che poc'anzi ha sedotto Opide una delle tue sacerdotesse iperboree. Ti sfido a trafiggerlo con una freccia!" Ora Candaone era il soprannome di Orione, ma Artemide non lo sapeva. Prese la mira, scoccò la freccia e, quando raggiunse a nuoto la sua vittima, si accorse di aver trafitto il capo di Orione. Pianse allora e invocò Asclepio figlio di Apollo perché ridonasse la vita al giovane. Asclepio acconsentì, ma fu colpito dalla folgore di Zeus prima di mettersi all'opera. Artemide pose tra le stelle l'immagine di Orione, eternamente inseguito dallo scorpione. Altri tuttavia affermano che Orione morì per il morso dello scorpione e che Artemide era irritata con lui perché egli aveva inseguito le sue vergini compagne, le Pleiadi figlie di Atlante e di Pleione. Esse fuggirono attraverso i campi della Beozia finché gli dèi mutatele in colombe, ne immortalarono le immagini tra le stelle. Il nome Pleiadi, dalla radice plei "salpare", si riferisce al fatto che esse sorgono in cielo quando il tempo si fa propizio alla navigazione. Pare che la settima stella del gruppo si sia estinta verso la fine del secondo millennio prima di Cristo, poiché Igino narra che Elettra sparì addolorata per la distruzione della casa di Dardano. Il vano inseguimento delle Pleiadi da parte di Orione, che avviene entro la costellazione del Toro, si riferisce al fatto che le Pleiadi sorgono poco prima che riappaia Orione. Si narrava anche un'altra versione del mito a proposito della sua nascita. Viveva a Tebe un vecchio contadino di nome Irieo, vedovo e senza figli, che un giorno offrì l'ospitalità a due stranieri di passaggio sacrificando l'unico animale che gli era rimasto un bue. I due forestieri erano in realtà Zeus ed Ermes, che alla fine del pasto gli domandarono che cosa desiderasse di più al mondo. Il vecchio confessò che avrebbe voluto un figlio. Gli dèi gli dissero di portare davanti a loro la pelle del bue di cui si erano appena nutriti, vi sparsero il loro sperma, infine gli ordinarono di seppellirla. Dalla terra nacque un bambino che Irieo chiamò Urione, in ricordo della sua origine. Ma l'eufonia e l'abitudine ne trasformarono il nome in Orione. Secondo un'altra ipotesi la figura greca di Orione potrebbe celare quella di Gilgamesh, il protagonista dell'omonimo poema. Re della sumeria Uruk, aveva rifiutato la dea Ishtar che gli si era offerta in sposa. La dea, furiosa aveva chiesto al padre Anu di vendicarla inviando contro quel regno il Toro celeste che provocava morte e desolazione nelle campagne. Gilgamesh decise di ucciderlo con l'aiuto di Enkdu: il quale, dopo averlo scovato nelle paludi dell'Eufrate, riuscì ad atterrarlo mentre Gilgamesh gli piantava il pugnale nel cuore. Poi Enkidu, squartato l'animale, ne scagliò i pezzi in cielo contro Ishtar
Posted on 05/15/2006 1:57 PM Comments (0)
April 12, 2006La leggenda delle belle di notte.LA LEGGENDA DELLE BELLE DI NOTTESi perde nella notte dei tempi la leggenda del fiore più bello.Il fiore che allieta le notti di tutti gli uomini insonni perché li attende sveglio d’estate quando non riescono a prendere sonno: le belle di notte. Una notte, tanto tempo fa, un pianto lungo e sommesso si aggiungeva ai rumori dell’oscurità. Questo pianto si ripeté a lungo, finché la Luna decise di trovarne la fonte. A lungo girò intorno a tutto il pianeta e, quando aveva ormai perso del tutto le speranze, lo scorse. Un piccolo punto luminoso: era da lì che proveniva il pianto. La Luna scese dal suo cocchio e si avvicinò. Accanto ad un pozzo, ai margini del bosco, era seduta una lucciola. “Chi sei tu? E perché rattristi con il tuo pianto tutte le mie stelle? “ chiese la Luna. La lucciola spaventata alzò gli occhi e rimase stupita nel vedere il suo interlocutore. Allora disse: “Deve scusarmi, signora Luna, non volevo mettere tristezza alle sue stelle!” “Io sono Lumil, il principe delle lucciole!” “Perché piangi principe Lumil?” chiese la luna. “Si avvicina la primavera e il mio popolo comincerà a vagare per i prati e i giardini, per illuminare le calde notti” disse Lumil “Ma noi non troveremo nessuna corolla dischiusa ad attenderci. Solo tanto verde!” “E qual è il problema? “ chiese la Luna. “Il tuo popolo, da quando è stato creato, è sempre stato il popolo della notte! Voi avete un ruolo importante: dovete illuminare, come me e le stelle, le notti degli alberi”. “E questo compito ci onora !” rispose Lumil. “Ma, vede signora Luna, c’è un sogno che ogni lucciola ha da quando nasce: io questo sogno lo faccio da sempre!” “E qual è questo sogno?” chiese la Luna. “Uscire dalla nostra casa, volare in un prato e trovare, almeno per una volta, un fiore che ci attenda e poterci posare sui suoi petali!” esclamò Lumil. “Ma è un sogno, e solo un sogno rimarrà. Buona notte signora Luna e mi perdoni se l’ho disturbata”. E così dicendo Lumil volò via. La Luna ritornò in cielo, ma non riusciva a smettere di pensare a Lumil e al sogno delle lucciole. Le notti passavano e il pianto di Lumil le riempiva, ma all’improvviso il pianto cessò. Sirio, una delle stelle, andò dalla luna e le disse: “Mamma ascolta!”e la invitò a tendere l’orecchio. “Cosa devo ascoltare?”chiese la Luna. “Il principe triste! Questa notte il suo pianto non si sente.” rispose Sirio. “E’ vero ! esclamò la Luna . Non odo il suo lamento!” “E se gli fosse accaduto qualcosa?” aggiunse Sirio molto preoccupata. “Ti prego mamma va a vedere!” E cosi fu. La Luna salì sul suo cocchio e andò in cerca del pozzo presso il quale aveva incontrato Lumil per la prima volta. Quando lo ebbe trovato, si fermò e si avvicinò. Ferme, vicino al pozzo, trovò tante lucciole e ad una di loro chiese: “Cosa accade?”la risposta la rattristò. “Il nostro principe si è ammalato. Era molto triste perché sapeva che i suoi giorni stavano finendo, e che non sarebbe mai riuscito a realizzare il sogno del suo popolo. E il dispiacere lo ha consumato.” La Luna rimase lì ferma ad attendere di poter vedere il principe Lumil. Quando la vide il principe disse: “Signora Luna, come mai è ritornata?Io non ho pianto questa notte!” “Ero preoccupata per te, ragazzo mio e volevo assicurarmi che tu stessi bene!” rispose la Luna dolcemente. “Non deve preoccuparsi per me. Il mio tempo ormai è finito. Raggiungerò i miei antenati con un unico rimpianto: non aver potuto realizzare il sogno del mio popolo. Spero che il prossimo principe ci riesca!” Le forze stavano abbandonando il principe delle lucciole. Tutto il suo popolo era preso da grande tristezza. L’amore che le lucciole dimostravano al loro principe e la dolcezza di Lumil colpirono al cuore la Luna. “Lumil la tua luce si spegnerà presto, questo io non posso evitarlo, ma – disse la Luna – andrai via sapendo di aver realizzato il sogno del tuo popolo. Guarda……..” La Luna si strappò una ciglia, la prese tra le mani e la posò in terra di fianco a Lumil. Come d’incanto dalla terra cominciarono a spuntare foglie. Le foglie presero a germogliare, d’improvviso una gemma si schiuse e fece capolino un bel fiore giallo e fucsia. “Ecco Lumil!Questo sarà il fiore delle lucciole, per sempre, e si chiamerà come te: Lumil, che nella lingua delle lucciole significa colui che rende bella la notte!” Lumil pianse di gioia e disse: “Grazie o luminosa Luna, sarà bella di notte per il mio popolo!” E con tutta la forza che gli rimaneva, accese la sua lucina e volò sul suo fiore. E lì si spense felice. Da quella notte, tante volte la Luna si è levata in cielo, ma ancora oggi quando, nelle notti d’estate guarda i prati, sorride. Ogni notte le lucciole raggiungono le belle di notte che si schiudono solo per loro e c’è soltanto una pianta, la più bella, che non permette a nessuna lucciola di sedersi sui suoi petali e illuminarla: è la pianta nata vicino al pozzo ed è la sola che non ha bisogno di luce perché nei suoi fiori vive Lumil!
Posted on 04/12/2006 9:50 AM Comments (2)
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